Il Confine Orientale - Giornata del Ricordo

PROPOSTE PER LA DEFINIZIONE DEL CONFINE ORIENTALE ITALIANO DOPO LA FINE DELLA II GUERRA MONDIALE.

Nel corso delle trattative per la definizione dei confini orientali tra Italia e Jugoslavia, si citano spesso le ipotesi americane, inglesi, francesi, russe, jugoslave e italiane. Ognuna di esse ha particolari riflessi sull’assetto definitivo della “questione orientale”, e risponde a interessi e strategie diverse, maturate per il diverso ruolo svolto da ciascuno Stato nei confronti dell’altro, e delle conseguenti alleanze, prima, durante, e dopo, la II Guerra Mondiale (si veda in proposito il grafico di riferimento).

Secondo la linea di confine “americana”, sarebbero stati assegnati all’Italia territori abitai da 370.000 italiani e 180.000 slavi, mentre rimanevano in Jugoslavia, 50.000 italiani. In quella “francese”, restavano in Italia 294.000 italiani e 113.000 slavi, mentre rimanevano in Jugoslavia 125.000 italiani. Secondo quella “inglese”, restavano in Italia 356.000 italiani e 152.000 slavi, mentre in Jugoslavia restavano 64.000 italiani. Secondo quella “sovietica”, nessuno slavo restava in Italia, mentre 600.000 restavano in Jugoslavia. La linea “jugoslava” ricalcava, con minime differenze, quella sovietica, entrambi tese a “punire” , l’Italia per il suo passato fascista. L’aspirazione “italiana” era di recuperare quanto più territorio possibile a oriente, anche in zone occupate dall’esercito iugoslavo.

Pesavano tuttavia le condizioni di resa senza condizioni imposta dagli alleati (8 settembre 1943), e il successivo appoggio al nazismo della Repubblica Sociale Italiana (dall’ottobre 1943 all’aprile 1945). Per la proposta sovietica e jugoslava, pesava enormemente l’aggressione dell’esercito italiano ai loro territori perpetrata dal regime fascista, con la disastrosa “campagna di Russia” a fianco dei tedeschi, prima con il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia, il 26 giugno 1941), poi con l’ARMIR (Armata Italiana in Russia, delle estate 1942), e l’invasione della Iugoslavia, il 6 aprile 1941.

LUOGHI SIMBOLO DEL CONFINE ORIENTALE

GONARS (UD, 500 morti), campo di concentramento per civili sloveni e croati e oppositori del regime fascista iniziata nel 1922. VISCO (UD), vicino a Gonars, 600 deportati. FOSSALON DI GRADO (GO), lavori forzati. GORIZIA (ex cartiera Ritter), PODGORA (cotonificio triestino), TRIBUSSA INFERIORE (S. Lucia d’Isonzo), per coloro che dovevano comparire davanti al Tribunale Militare. MONIGO (TV), campo di prigionia per soli sloveni. NA KAPELI (per donne) dal 1942. ZDRAVSCINA (Poggio) amministrato dalla III^ Armata. SDRAUSSINA, per parenti di giovani partigiani. CIGHINO DI TOLMINO. CHIESANUOVA (PD). GRUMELLO DEL MONTE (BG). 16 campi in Sardegna (dal 1938 al 1942 furono internati 6000 istriani, oltre a 7000 giovani giudicati infidi per il servizio militare, e dal 1943, 2000 confinati politici). BUCCARI, campo di smistamento di prigionieri da avviare nei campi di concentramento. Nel luglio 1942 erano operativi 202 campi di concentramento.

ARBE isola di, oggi Rab, in Croazia. Non ha avuto nulla da invidiare ai più conosciuti campi di concentramento nazisti. Dal 1941 al 1943 furono rinchiusi 15.000 prigionieri con 1.600 morti. Dopo l’8 settembre circa 4.500 internati si liberarono e in parte formarono la “Brigata Arbe” che partecipò alla liberazione della Iugoslavia.

RISIERA DI S. SABBA unico campo di concentramento dotato di camera a gas e forno crematorio gestito dai nazisti in Italia, attivato nel giugno del 1944 dall’EinsatzKommando Reinhard di Globocnik (costruttore dei principali campi di sterminio in Europa). Vi morirono circa 5.000 oppositori, partigiani italiani, sloveni, croati. Campo di smistamento per l’avvio ai campi in Austria e Germania. Monumento nazionale dell’Italia libera. Una targa recita “Trieste, consapevole, qui ricorda le vittime dell’odio etnico e delle esasperazioni nazionalistiche, del razzismo, dei totalitarismi e quanti in queste terre hanno lottato per la libertà e la democrazia”.

Dichiarata monumento nazionale nel 1965.

BASOVIZZA simbolo della memoria di quanti furono trucidati dalle forze di occupazione di Tito. Trovarono la morte anche molti antifascisti contrari alla politica di annessione alla Iugoslavia.