Il Confine Orientale - Giornata del Ricordo

TRATTATI, PATTI, MEMORANDUM, DATE IMPORTANTI

che riguardano il confine orientaledal 1915 al 2004

1915 Patto di Londra: enuncia promesse territoriali fatte da Inghilterra e Francia per l’entrata in guerra dell’Italia (neutrale allo scoppio della guerra, nell’agosto del 1914, entrata poi in guerra il 24 maggio 1915), e precisamente Trento e Trieste e territori contermini. Triplice Intesa. Con il “Patto di Londra” venne fissato il futuro confine che seguiva la linea displuviale tra il mar Nero e l’Adriatico strappando dal ceppo nazionale un quarto del popolo sloveno (327.230 unità secondo il censimento austriaco del 1919, 271.305 secondo il censimento italiano del 1921, 290.000 secondo stime di Carlo Schiffrer, ai quali si devono aggiungere i 34.000 sloveni già presenti nel territorio del regno d’Italia - Slavia Veneta - Valle del Natisone, ritenuti già assimilati, area inglobata nel Regno d’Italia nel 1866, ex territori della repubblica di Venezia fino al 1797).

1919 Trattato di S. Germain-Parigi, a conclusione della I^ Guerra Mondiale. La Venezia Giulia con Trieste e l’Istria assegnate all’Italia. I nazionalisti manifestano per la “vittoria mutilata” in quanto “manca Fiume”. I territori sono amministrati prima dai militari (gen. Petitti di Roreto comandante del XIV Corpo d’Armata), e solo successivamente dai civili. Sorgono subito grossi problemi con le popolazioni slovene acculturate nell’ambito dello Stato plurinazionale asburgico, considerate nemiche in tempo di guerra. Si evidenzia la notevole impreparazione da parte italiana a gestire questa situazione. Dalle difficoltà l’Italia passa presto alla repressione anche violenta che da luogo alla nascita di movimenti resistenziali sloveni e croati, inizialmente il TIGR (Trieste, Istria, Gorizia e Fiume), sostituito poi dal BORBA (lotta), con gli elementi più radicali e disposti alla lotta armata con attentati, sabotaggi e scontri armati, in particolare dopo la presa del potere del fascismo. La parte slovena si pone da subito l’obiettivo di unificare i territori sloveni dell’ex impero asburgico: quelli del Litorale ex austriaco (Trieste, Istria, Contea di Gorizia e Gradisca), con quelli del Kronlander a nord (Carniola, Carinzia, Stiria), operazione che riuscirà solo in minima parte. L’irremovibilità delle delegazioni italiana e jugoslava alla conferenza di Parigi sul problema della definizione dei nuovi confini acuì i contrasti nazionali.

11 settembre 1919, colpo di mano dei nazionalisti guidati da D’Annunzio,appoggiato dai militari e dal nascente fascismo (che a Trieste ha una sede dei “fasci di combattimento” aggressiva e numericamente importante, seconda solo a quella di Milano), che porta all’occupazione di Fiume (marcia di Ronchi), e alla reggenza del Quarnaro. Il 14 settembre prosegue l’azione con lo sbarco a Zara e l’annessione della Dalmazia. L’impresa di D’Annunzio aggravò le diffidenze e aprì la strada al “fascismo di frontiera” che si erse a tutore degli interessi italiani sul confine orientale e coagulò gran parte delle locali forze nazionaliste italiane attorno alla parola d’ordine dell’antislavismo combinato con l’antibolscevismo. Decisiva la presenza dell’avvocato fiorentino Francesco Giunta, nazionalista irriducibile e organizzatore di azioni squadristiche mirate a seminare terrore tra gli sloveni, favorito dal connubio sempre più stretto tra fascisti, volontari giuliani, carabinieri e questura. L’incendio del Narodni Dom del luglio 1920 (all’indomani dei fatti di Spalato del 13 luglio, quando nel corso di uno scontro tra militari italiani e croati vennero uccisi il capitano Guelli e un marinaio), dà inizio alle violenze contro gli sloveni. Con il fascismo fu intrapresa una vera e propria “bonifica etnica” nei territori annessi. Italianizzazione e snazionalizzazione, promozione dell’emigrazione con l’avvio di progetti di colonizzazione agricola nelle aree interne a maggioranza slovena e croata con espulsione degli allogeni, accentuazione della propaganda contro l’etnia slava “inferiore e barbara verso la quale non si deve usare la politica dello zuccherino ma quella del bastone” (come sentenziò Mussolini, non ancora duce, in un comizio agli italiani di Pola), messa a confronto con quella italiana ritenuta “superiore”. Politica che investì anche la struttura ecclesiastica sulla base degli accordi fra Stato Italiano e S. Sede. Negli anni tra il 1929 e il 1930 emigrarono dai territori di recente annessione circa 105.000 tra sloveni, croati, e austriaci/tedeschi.

12 novembre 1920, trattato di Rapallo, tra Italia e Regno Serbo/Croato/Sloveno, che dichiara Fiume città aperta, e assegna Barros e la Dalmazia a quest’ultimo (con l’esclusione di Zara e le isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa). Non vincola l’Italia al rispetto delle minoranze slovena e croata, e obbliga alla tutela della minoranza italiana in Dalmazia. D’Annunzio occupa le isole di Veglia e Arbe e la città di Albona in Istria. Fallito il tentativo di compromesso, le forze armate italiane agli ordini del gen. Caviglia, liquidano la “reggenza”, sorta di “stato libero”, nel “Natale di sangue” del 1920. Ha inizio la fuga di sloveni e croati dai territori dell’Istria e Dalmazia assegnati all’Italia (molto più vasti di quanto previsto nel trattato di Londra del 1915). Il trattato di Rapallo sarà riconosciuto dal divenuto Regno Jugoslavo, solo nel 1927.

Dicembre 1920, D’Annunzio occupa le isole di Veglia e Arbe e la città di Albona. Fallito ogni tentativo di compromesso, le forze armate italiane agli ordini del gen. Caviglia, liquidano la “reggenza del Carnaro”, sorta di “stato libero” costituito da D’Annunzio dopo il blitz di Fiume, nel “Natale di sangue”, del 1920. Ha inizio la fuga di sloveni e croati dai territori dell’Istria e Dalmazia assegnati all’Italia: borghesi austriaci, burocrati dell’ex casa imperiale, borghesia croata e slovena, abbandonano i loro paesi. L’esodo è in parte causato dalla crisi del porto di Trieste nell’immediato dopoguerra.

18 gennaio 1921, D’Annunzio abbandona Fiume, per Venezia.