Fosse Ardeatine

LE VITTIME

Caddero fianco a fianco le più luminose figure della Resistenza romana, uomini di tutti i ceti e di tutte le ideologie politiche. Gli operai VALERIO FIORENTINI, l’organizzatore comunista della lotta nelle borgate, e ARMANDO BUSSI, il più attivo e popolare dirigente delle squadre del Partito d’Azione, gli intellettuali GIOCCHINO GESMUNDO comunista che lasciò scritto nelle sue carte : “Se dovessi pur morire che farei di straordinario ? Non altro che il mio dovere”; e PILO ALBERTELLI, responsabile militare del Partito d’Azione, che lasciò in eredità il suo sublime silenzio dinanzi alle torture più spietate (come è annotato nella relazione per la medaglia d’oro, aveva detto ai suoi aguzzini: “Adoperate pure le vostre armi e i vostri mezzi. Io uso quella che m’è rimasta, il silenzio”). Gli ufficiali effettivi colonnello MONTEZEMOLO, il maggiore organizzatore della Resistenza nel settore “militare”; il generale SIMONI, eroe della prima guerra mondiale, che aveva resistito per due giorni a Caporetto con un esiguo gruppo di uomini; il generale FENULLI, vice comandante della Divisione Ariete, protagonista, negli splendidi combattimenti del 9 settembre, dell’ultimo disperato tentativo d’accorrere in difesa della capitale. I giovani appena adolescenti, come ORLANDO ORLANDI POSTI, sul cui corpo è stato rintracciato il più tragico documento delle FOSSE ARDEATINE, un diario da lui scritto in carcere, su alcuni corrosi foglietti che contengono, nel verso, le linee e i numeri dell’ancor fanciullesco gioco della “battaglia navale”. Aveva compiuto 18 anni il 14 marzo, e aveva annotato egli, il più innocente, già le ragioni più profonde del futuro martirio : “Signore Iddio fa che finiscano presto le sofferenze umane che tutto il mondo sta attraversando, fa che tutti tornino alle loro case e così torni la pace in ogni famiglia e tutto torni allo stato normale”.

IL COMUNICATO GERMANICO SUI FATTI

A cose fatte il Comando germanico emanava il lugubre comunicato :

“Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lanci di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito per via RASELLA. In seguito a questa imboscata 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da COMUNISTI BADOGLIANI. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo - tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco perciò ha ordinato che per ogni tedesco assassinato dieci criminali comunisti badogliani siano fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito.

IMPLICAZIONI MILITARI E STRATEGIA POLITICA

Varie sono le considerazioni da fare sull’accaduto di via RASELLA e sulla inaudita e tragica reazione tedesca. Da parte tedesca vi furono di certo valutazioni di ordine militare. Dirà KESSERLING al processo di Venezia nel 1947 : "Si temeva che l’attentato di via RASELLA fosse preludio dell’insurrezione generale stabilita in concomitanza con l’offensiva alleata”. Probabilmente non è la sola causa. Emerge anzi il dubbio che, se non all’inizio, almeno nel corso dell’attuazione della strage, ci sia stato un motivo “politico”: i nazisti vibrarono il colpo così forte e non ebbero ritegno a ostentare tutta la propria ferocia, perché “sapevano” che la situazione della Resistenza romana era debole, perché conoscevano la sua profonda scissione al vertice nei due settori facenti capo rispettivamente al governo del Sud e al CLN. Visto sotto questo aspetto l’inciso del comunicato germanico, non è semplicemente la rozza constatazione della raggiunta unità della Resistenza ove il sacrificio è comune, ma cela, forse, un sottile e perfido sarcasmo per “l’utopia” dell’unità che porta, malgrado tutto, “COMUNISTI” e “BADOGLIANI” a morire fianco a fianco.

Certo è che il massacro delle ARDEATINE cominciò fin da allora ad essere sfruttato dalla propaganda nemica per gettare il germe del dubbio, che il suo ricordo tenuto volutamente oscuro e confuso, divise più che unire la popolazione di Roma, la sua parte più avanzata e democratica dalla massa incerta e fluttuante del ceto medio. E’ un germe di dubbio che verrà pazientemente coltivato dalle forze della reazione appena ripiglieranno fiato, una triste eredità lasciata ancor oggi dal nazifascismo nella capitale d’Italia. Fra le altre menzogne di cui si serve la propaganda di denigrazione della Resistenza c’è quella che si riferisce alla presunta “promessa” dei tedeschi di sospendere l’ordine di fucilazione degli ostaggi se si fossero presentati i responsabili dell’attentato. E’ una menzogna sfacciata perché non c’è cenno di tale “promessa” nei giornali fascisti, né in alcun documento dell’epoca. Del resto, in questo e in simili casi, la risposta dev’essere netta e precisa : quale fu quella che ( al comunicato germanico del 27 marzo, in cui si affermava impudentemente di aver sempre rispettato le norme della “città aperta” e di aver agito soltanto “nell’interesse della città di Roma e per il bene della popolazione civile”), dette allora il Comando dei GAP : “CONTRO IL NEMICO CHE OCCUPA IL NOSTRO SUOLO, CHE SACCHEGGIA I NOSTRI BENI, PROVOCA LA DISTRUZIONE DELLE NOISTRE CITTA’ E DELLE NOSTRE CONTRADE, AFFAMA I NOSTRI BAMBINI, RAZZIA I NOSTRI LAVORATORI, TORTURA, UCCIDE, MASSACRA, UNO SOLO E’ IL DOVERE DI TUTTI GLI ITALIANI : COLPIRLO, SENZA ESITAZIONE, IN OGNI MOMENTO, DOVE SI TROVI, NEGLI UOMINI E NELLE COSE”.

Questi erano i limiti della lotta e in nessun caso, se si voleva condurla energicamente e coerentemente, si poteva cedere alle “promesse” o al ricatto dell'invasore; in nessun caso i delitti dell'oppressore potevano invocare a propria giustificazione la sacrosanta reazione degli oppressi.

“L’errore” della Resistenza romana considerata nel suo complesso, fu, caso mai, un altro, anzi l’opposto : fu quello di non essere riuscita, dopo le FOSSE ARDEATINE, a portare avanti, in modo continuo e unitario, l’offesa al tedesco, a rendere più continua e intensa l’attività armata : che era oltre tutto, come dimostrò l’esperienza della guerra di liberazione, l’unico modo concreto per porre un limite al metodo della rappresaglia, per costringere il nazista a rinunciare a questo strumento efferato del proprio dominio.

       Tuttavia anche dopo il 24 marzo le azione GAPPISTE continuarono, e gli stessi tedeschi furono costretti a riconoscere che lo scopo della rappresaglia era fallito. Ma l’iniziativa fu merito pressoché esclusivo dei partiti più decisi sulla via della Resistenza , e non l’espressione della volontà unitaria del CLN.

La mancanza di unità nella direzione della lotta e la debolezza politica che contraddistinse l’organo centrale, furono le condizioni soggettive che impedirono alla Resistenza romana di raggiungere quel punto d’approdo che lo spirito di sacrificio e il coraggio dei partigiani, meritavano. A ciò si aggiunsero difficoltà oggettive, quali la composizione sociale della grande città (costituita per lo più dal ceto medio della burocrazia di Stato, con una presenza ridotta, anche per scelte del fascismo, di classe operaia), e la vigile presenza del Vaticano, importante crocevia di contatti e trattative tra le parti in conflitto, che suggeriva l’attendismo, piuttosto che l’azione contro la presenza tedesca nel territorio.